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La storia dello Yoga

Il termine yoga deriva dalla radice sanscrita[1]yuj” (latino iungo) che nel Dhātupādha(sezione dell’Astādhyāya di Pānini che tratta le radici verbali) si presenta con tre accezioni semantiche: yuj-samyamane, che evidenzia l’idea del “controllare”, “bardare”, “applicare”[2]; yujir-yoge, dove prevale il senso di “aggiogare”, “tenere assieme”, “unire”, “metodo”, “impiego”, “uso”[3]; yuj-samādhau, in cui emerge il significato di “fermare tutti gli stati mentali”, “riduzione della dispersione”, “concentrazione”, samādhi. Yoga è perciò l’abilità nel governare la mente: saper richiamare i sensi all’interno di sé (controllo) e riunire le energie psicofisiche per generare il samādhi[4], il perfetto assorbimento meditativo (concentrazione) così com’è stato detto dai principali commentatori degli Yogasūtra.[5]

Per tracciare la storia dello yoga, intesa in senso molto generale come un molteplice assortimento di teorie e pratiche appartenenti alle culture dell’Asia centrale, occidentale e meridionale, si deve risalire a diverse migliaia di anni fa e scoprire come la filosofia indiana sia prevalentemente soteriologica; essa, infatti, indaga le cause che generano la sofferenza e la via per trascenderla in modo da raggiungere la pace (śānti): il vero fondamento della felicità.

Grazie ad un prezioso reperto archeologico raffigurante uno “yogin seduto, circondato da animali, il quale assomiglia molto a Śiva”[6], possiamo dire che la storia dello yoga risale all’età Paleolitica (circa cinquemila anni fa) per proseguire fino ai giorni nostri attraverso cinque grandi fasi: 1- Yoga Arcaico anche detto Vedico e Tardo-Vedico (4500-1000 a.C.) a cui appartengono le opere Śruti:Samhitā, Brāhmana, Aranyaka e le prime Upaniṣad; 2- Yoga Pre-Classico o Epico (1000 a. C – 200 d.C.), a cui appartengono le opere: Mahābhārata, Ramāyāna e le prime Upaniṣad; 3-Yoga Classico (200 d.C. – 1300 d.C.) a cui appartengono gli Yoga Sūtra di Patañjali e i suoi commentari in sanscrito; 4- Yoga Post-Classico (500-1800 d.C.)[7] a cui appartengono le opere: PurānaTantra, ŚaivaĀgama, Vaiṣava Samhitā,Yoga Vasistha e le scritture sullo HahaYoga come la ŚivaSamhitā, la Gheranda Samhitā e lo Haha Yoga Pradīpikā; 5- Yoga Moderno (1800-2000 d.C.) a cui appartengono gli insegnamenti di: Ramakrishna (1834-1886), SvāmīVivekānanda (1862-1902), SvāmiŚivānandaSaraswatī (1887-1963) e il suo allievo SwāmīSatyānanda Saraswatī (1923-2009), Mahātma Gandhi (1869-1948), Paramahamsa Yogānanda (1895-1952), Aurobindo Ghose (1872-1950), Ramana Maharishi (1879-1950), BhaktivedāntaSwāmī (1896-1977).

[1] Il sanscrito (saṃskṛtam), divenuto oggetto di studio anche universitario in Europa intorno alla seconda metà del settecento, è una lingua appartenente al ceppo delle lingue indoeuropee, in particolare delle lingue indo-iraniche o indo-arie. Il termine arya si traduce con “nobile”, “valido”, “fidato” e indica un membro di una delle prime tre (brāhmaa, kṣatriya, vaiśya) delle quattro categorie o vara in cui è suddivisa la società indù, in contrapposizione agli śūdra, considerati anārya, cioè “non nobili”. Si tratta di una lingua molto sofisticata e complessa, ancora oggi utilizzata dagli arya – in particolare dai brāhmaa – per lo studio della filosofia, degli inni, dei poemi e delle epopee indiane.

[2] S. Dasgupta, A History of Indian Philosophy, vol. II, pp.443-444, Motilal Banarsidass.

[3] G. J. Larson, R. S. Bhattacharya, Enclycopedia of Indian Philosophies, p. 28, Motilal Banarsidass.

 

[4] Il samādhi, è l’essenza del metodo aṣāgayoga di Patañjali. Samādhi, che deriva dal prefisso sam, da ā, e dalla radice verbale dhā, nella sua forma modificata dhi, significa “sistemare”, “mettere insieme”, “porre insieme” e può essere tradotto come “assorbimento meditativo”. Si veda, G. Feuerstein, The Yoga Tradition, p. 3. Hohm Press.

[5] Si veda, C. Biogli, S. Busi, “Yoga e kleśa: Le afflizioni mentali e il metodo yoga che rimuove la sofferenza negli Yogasūtra di Patañjali e nella Filosofia Classica Indiana, p. 20-21, Ed. Mimesis (2020).

[6] Śiva è una tra le più venerate figure divine caratterizzata da molteplici aspetti sia benevoli che terrifici della mitologia indù. Śiva è chiamato anche Mahākāla – Signore del tempo – perché solo attraverso il ritmo della sua danza (ṇḍava) che il cosmo viene in essere, scompare, viene in essere incessantemente. Ecco perché talvolta Śiva, con l’epiteto di Naarāja (“Re della Danza”) viene rappresentato danzante su di un corpo che rappresenta l’oscurità primordiale. Come sommo creatore, Śiva è chiamato Mahāśiva (“Grande Śiva”) o anche Maheśvara (“Grande Signore”) o anche Mahādeva (“Grande dio”). Nella veste di distruttore, Śiva è chiamato Ugra (“Possente”); Bhairava (“Terribile”); Hara (“Distruttore”). Śiva è considerato l’asceta supremo, e come tale è venerato e chiamato Mahayogi (“Grande Yogin”) o anche Yogeśvara (“Signore degli Yogin”). Le varie manifestazioni di Śiva sono rappresentate da numerose e particolari iconografie, che lo ritraggono persino con il corpo per metà maschile e per metà femminile (Ardhanārīśvara), o come una figura a tre teste (Maheśvara). La femmina divina, che spesso lo accompagna in forme diverse, rappresenta simbolicamente la sua Śakti (energia). Joseph Campbell, Miti di Luce, Ed. Lindau, pag.55.

[7] Oltre alla śruti, esistono altri testi autorevoli ma secondari: i Sūtra e i Vedāṅga appartenenti alla classe di opere Smṛti, Itihāsa, Purāṇa e Tantra.

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